I racconti dell’orso

 

Negli ultimi anni, da quando la rivoluzione del digitale è diventata permanente, nel cinema italiano compaiono sempre più spesso anomalie rappresentate da autori indipendenti in controtendenza con l’andazzo precedente che, escludendo i lavori di pochi autori come Sorrentino o Garrone, era tutt’altro che esaltante.

In questo contesto si muovono Samuele Sestieri e Olmo Amato, che realizzano l’opera forse più estremamente sperimentale di questa trentatreesima edizione del festival di Torino. L’intenzione, restituita appieno dalla particolarità delle riprese e del montaggio, è quella di sfidare chi guarda ad una decodifica che se da un lato potrebbe risultare estremamente complessa, visto che il mistero ed il non detto sono gli elementi alla base della narrazione – nella quale una sorta di monaco robotico insegue una figura umana senza volto ed interamente rossa – dall’altro invece appare chiaro l’invito a concentrarsi sulla restituzione che avviene sul piano emozionale.

“I racconti dell’orso”, realizzato tramite una campagna di crowfounding, è un film che nelle proprie imperfezioni – il finale molto proteso, la durata ambigua (67’ è un minutaggio al limite tra lungo e medio metraggio) – trova comunque il proprio punto di forza nell’andare ad agire sull’inconscio di chi guarda e facendo dimenticare quelle domande che probabilmente non necessitano di risposta.

Antonio Romagnoli

 

Un film di Samuele Sestieri, Olmo Amato. Drammatico

durata 67’

 Italia 2015

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Autore: Adele De Blasi

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