Points of view: intervista a Thomas Kruithof – La meccanica delle ombre

L’intervista è stata realizzata nell’hotel Sofitel, via Lombardia – Roma

Il titolo del film è quasi un ossimoro e però rende al meglio le caratteristiche delle forze contro cui Duval si ritrova a lottare: tanto sconosciute e occulte ma quanto mai invasive e dannose per chi vi si imbatte.

Il titolo originale del film è “La meccanica dell’ombra” e non “delle ombre”. Comunque in genere non si spiegano le metafore e gli ossimori però come hai detto tu è vero che il titolo alludeva a qualcosa di reale e allo stesso tempo d’impalpabile.

Come mai hai scelto un’attrice italiana e perché proprio Alba Rohrwacher.

Non avevo in mente di prendere un’attrice italiana. Ho scoperto Alba vedendo i suoi film e progressivamente mi sono innamorato delle sue interpretazioni. Nel copione la donna era francese però mano a mano che andavo avanti nella visione dei film ho scoperto la sua grande potenza interpretativa, intuendo che avrebbe fornito al progetto un’apporto unico. Il fatto che fosse straniera spiega anche il fatto che sia leggermente sfasata, solitaria. Un po’ come Duval con cui Sara condivide le medesime ferite. In generale mi piacevano il suo alone di mistero e  il fatto che fosse in un certo senso inclassificabile.

Tra le altre cose lo scenario di “La meccanica delle ombre” è collocato in ambienti spogli mentre i personaggi di Duval e Sara sono vestiti in maniera molto diversa. Mi puoi spiegare questa scelta.

Avendo optato per una scenografia molto sobria mi serviva che i vestiti dei personaggi fossero perfetti; la linea del personaggi e dell’ambiente dovevano essere chiari. Con Alba abbiamo scelto alcuni costumi molto femminili e altri invece prettamente maschili, sempre per andare incontro a quell’idea di inclassificabilità che avevo in mente a proposito del suo personaggio.

Nel tuo film si sentono influenze provenienti da un certo cinema americano degli anni 70. E’ cosi.

C’è da dire che io non ho fatto una scuola di cinema per cui le influenze che avete notato provengono dalla mia esperienza di spettatore. Il cinema di cui parli mi piace molto e a questo aggiungerei quello di autori come Alfred Hithcock, Fritz Lang Elio Petri, Francesco Rosi e cosi via che sono stati per me fonte d’ispirazione. L’unico film che mi sono accertato che tutti avessero visto prima di iniziare a girare è stato “La conversazione” di Francis Ford Coppola perché non volevo che andassimo troppo in quella direzione. Il film secondo me presenta delle preoccupazioni che sono molto attuali per cui è vero che ricorda quei film ma direi che le cronache dei nostri giorni sono stati il mio punto di riferimento. Dopodiché se devo fare un altro nome che ho tenuto bene in mente mentre scrivevo il film è stato John Le Carrè, il quale ha inventato il genere dello spionaggio psicologico caratterizzato da queste atmosfere crepuscolari e di tradimento, in cui si dicono delle cose che non corrispondono alla verità. Un po’ come succede nel mio film.

Il tuo film è costruito su una sceneggiatura molto solida. Ciò detto è evidente un grande attenzione all’elemento formale. Ci puoi spiegare da dove sei partito per realizzare il film  e se se riuscito a fare ciò che avevi in mente. 

Io penso che quando uno vuole fare un film parte dalla storia e dal modo più interessante e più forte per riuscire a raccontarla. Per questo volevo un film che avesse una trama forte ma al tempo stesso che non tutto fosse delineato per lasciare spazio all’incertezza e al mistero. Avevo poi in mente alcune idee generali su come doveva essere fatto il film: partendo dal fatto che volevo che fosse un film mentale e soggettivo ho trasferito questi concetti sulle immagini e sul sonoro. Un’altra linea guida che ho seguito è stata quella di procedere verso un progressivo sfaldamento del mondo in cui si muove Duval: volevo che ci fosse da una parte l’ossessione dell’ordine e dall’altra il caos. Per quanto riguarda le inquadrature mi interessava non avere qualcosa di ossessivo per cui a me piacevano che fossero larghe e caratterizzate da linee geometriche capaci  di riprodurre il labirinto in cui precipita Duval. Queste sono le basi da cui sono partito e che poi ho declinato con l’aiuto della troupe. Non bisogna dimenticare infatti che il regista è un po’ lo spettatore di ciò che succede per cui è vero che uno crea il film però al tempo stesso ne diventa spettatore. C’è anche da dire che inizialmente come registi abbiamo delle intenzioni estetiche ma che poi sono gli attori a guidarci, per cui se ci si rende conto che in alcune inquadrature loro stanno meglio in un modo che non avevamo valutato è bene cambiare. Molte inquadrature del mio film sono state cambiate rispetto alla composizione originaria.

Torniamo per un attimo sugli ambienti e sull’utilizzo del sonoro perché mi sembra che siano elementi determinanti per capire lo stato d’animo del protagonista.

Volevo che gli ambienti che attraversa il personaggio diventassero sempre più disumanizzati. Come ti dicevo volevo fare un film mentale e penso che questo si veda non solo nella tipologia delle immagini ma anche nel modo in cui impiego il  sonoro. Per esempio quando ci sono le inquadrature in cui lui batte a macchina si sente sono il rumore dei tasti; se ci pensi lui sta in un palazzo dove ci sono altre persone che potrebbero fare ogni tipo di rumore mentre a me interessava dare alle scene un’apparenza disumanizzante e un po claustrofobica. Se ci fai caso progressivamente ci sono sempre più inquadrature nei parcheggi nei corridoi, nei tunnel perché mi piaceva far emergere quest’idea di mondo sotterraneo che Duval si ritrovano a scoprire nel corso della storia.  Tanto per dirtene un’altra mi ricordo che in ogni scena ambientata in esterni avevo cura di far togliere i manifesti pubblicitari proprio per decontestualizzare la vicenda e farla andare verso quella dimensione mentale di cui ti ho detto.

Inizialmente introduci i personaggi di Duval e di Alba, poi in un secondo momento scopriamo anche gli altri. Qual’è se c’è la spiegazione di questa successione.

In principio mi piaceva che ci fosse l’introduzione della sfera personale del protagonista e il suo rapporto con in nuovo lavoro perché per assurdo volevo che fosse la fiducia derivatagli dall’aver trovato un’occupazione a dare al personaggio una predisposizione più attenta al personaggio femminile che entra nella sua vita. Poi ci sono gli altri personaggi, ciascuno con un ruolo importante e legati uno con l’altro dall’essere dei manipolatori disposti a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi.

Adele de Blasi, Carlo Cerofolini

Alba Rothwacher, Thomas Kruithof

 

 

 

Autore: Adele De Blasi

Condividi questo post su

Invia un Commento