Johnny Utah è un ex campione di sport estremo che ancora non ha superato il lutto per la perdita del suo migliore amico, morto nel corso di un gara di motocross alla quale stavano partecipando entrambi. È proprio per superare questo dolore che l’uomo sta frequentando l’accademia di Quantico per diventare un agente dell’FBI. L’agenzia è attualmente messa in crisi da un gruppo di ladri mascherati che nascondono qualità da atleti acrobatici: per compiere i loro crimini, infatti, ricorrono alle doti necessarie per competere nei più disparati ambiti di quelli che vengono considerati come sport estremi. Johnny sospetta che la gang stia violando la legge per compiere un’impresa sovraumana: vincere le “otto prove di Ozaki”, un percorso verso l’illuminazione spirituale che spinge la sfida fisica oltre i limiti umani. L’unica scelta possibile per riuscire a risolvere il caso sembra quella di far infiltrare l’ex sportivo all’interno di questa misteriosa gang…
Dopo 25 anni da “Point Break – Punto di rottura” tornano nelle sale cinematografiche le gigantesche onde e gli spericolati surfisti al secolo protagonisti dell’opera firmata da Katrin Bigelow. Sulla scia dei tanti remake che stanno costellando la produzione hollywoodiana, “Point Break” rilegge in chiave economica e superficiale una vicenda sconosciuta al giovane pubblico di oggi. Sarà forse la consapevolezza di questo gap generazionale, che indubbiamente contribuisce a ridurre l’indignazione degli spettatori davanti a brutali rimaneggiamenti della mitologia originale, a rendere Ericson Core ben disposto ad accontentarsi di semplificare la psicologia dei personaggi in favore di una spettacolarità spinta agli estremi. L’apice di questa caduta creativa è rappresentato dalla sceneggiatura di Kurt Wimmer: la pellicola avanza usando l’intreccio per motivare le scene rocambolesche e spettacolari, invertendo così il rapporto di causa ed effetto che sta alla base della credibilità e della linearità di un prodotto solido.
Inoltre non giova la scelta del cast che vede protagonisti Edgar Ramirez e Luke Bracey che, nonostante tutti gli sforzi, non riescono ad eguagliare i loro predecessori Keanu Reeves e Patrick Swayze. Sarebbe stato decisamente meglio, in definitiva, non provare a resuscitare Utah e Bodhi. C’è un motivo se alcuni miti vengono definiti inarrivabili.
Micol Koch
