Stefano è uno di quelli che fanno il lavoro sporco a pagamento. Gambizza quando c’è da spaventare, uccide quando c’è da dare l’eterno riposo. Ha un committente di fiducia, lo paga molto bene, e i soldi che riesce a guadagnare li mette da parte per un viaggio senza un sicuro ritorno. Ha poche passioni, ma tra queste vi è la cucina cinese. Nel ristorante in cui va a spesso a mangiare lavora Lee Ang, una ragazza asiatica di cui si sta affezionando. Nel groviglio della sua vita solo apparentemenete tranquilla dovrà cercare di sbrogliare il bandolo della matassa.
“Si vis pacem para bellum” esce a poca distanza dal precedente lavoro di Calvagna: “un nuovo giorno”. Già da qui il regista ci fece vedere l’attaccamento che presenta per un certo cinema di serie b, o come preferisco chiamarlo io, cinema da soap. Perchè è di questo che purtroppo si tratta, e in ogni momento c’è una scelta registica a ricordarcelo; che siano le scene di raccordo a camera fissa con il personaggio che attraversa la scena, che siano i dialoghi a turnazione meccanica, o le riprese con il drone a sottendere un passaggio di tempo e di spazio, tutto è (involontariamente?) pensato e realizzato con uno sguardo telenovelico. La direzione degli attori non riesce ad andare oltre alla ripetizione del copione, cadendo nel ridicolo involontario (Francesca Fiume ha il solito sorriso innaturale stampato sul volto dall’inizio alla fine, idem per la testa inclinata in segno di timidezza), ma ancora di più non riescono a cooperare, ad amalgamarsi nella scena per dar vita a qualcosa di naturale. È tutto tremendamente artificioso. Molte sono inoltre le sequenze senza sviluppo narrativo, inutili (per essere diretti) e non vi è nessuna fotografia a mascherarne la vacuità: la composizione delle immagine è sgrammaticata, la post produzione invisibile.
Eppure c’è un miglioramento rispetto a “un nuovo giorno”, o almeno il tema, essendo più “coatto”, più aggressivo, si piega meno facilmente a moralismi facili o clichè ammorbanti, anche se non si riesce comunque a salvarsi dal pietismo di una madre malata di alzeimer. Mi sento tuttavia di promuovere qualche guizzo di trama, che sorprende ma non riesce comunque a tappare le falle della barcarola, che cola a picco.
C’è un certo coraggio in Calvagna però che ricorda in qualche modo Ed Wood, e questo in qualche modo affascina e fa sorridere.
Joel Baldo
