One Second (presentato alla Festa del cinema di Roma), il film diretto da Zhang Yimou, ambientato nella provincia del Gansu della Cina nordoccidentale durante la Rivoluzione Culturale (1966-76), racconta la storia dell’incontro e del forte legame che nasce tra Liu Guinü, una donna vagabonda senza una casa e Zhang Jiusheng, un prigioniero evaso da un campo di lavoro. L’uomo è un appassionato cinefilo alla disperata ricerca di una pellicola contenente un frammento, della durata di un solo secondo, della sua amata figlia defunta.
Ostracizzato dalla censura cinese, One Second era stato selezionato originariamente, in concorso alla Berlinale 2019, ma fu improvvisamente ritirato dalla line-up per “motivi tecnici”. Da quel momento Zhang Yimou ha lavorato quasi due anni per aggiustarlo, rigirando alcune scene e tagliando alcuni passaggi scomodi, per poi vederlo finalmente uscire in sala in Cina. Parlando di Zhang Yimou, probabilmente l’atteggiamento generale è stato quello di evitare che un regista acclamato, potesse presentare ancora una volta un film ambientato ai tempi della Rivoluzione Culturale ad una platea internazionale. Nonostante l’atteggiamento lesivo e caustico manifestato dal regime cinese, One Second ha avuto il suo seguito; il film oltre a narrare una storia quasi inedita, viene diretto con una cura dell’immagine e con una bravura da parte degli interpreti che lo rende tra i migliori film della manifestazione capitolina.
One Second è quel film necessario, in un panorama cinematografico (quello cinese) ancora da scoprire. Zhang Yimou da gran maestro, dirige il tutto magistralmente risultando soddisfacente sia per un pubblico esigente che per un pubblico più morigerato. Un prodotto filmico (come ribadito prima) essenziale, che può solamente essere apprezzato. Non sono bastati gli impedimenti governativi a dar vita ad un lavoro cinematografico straordinario. L’esaltazione è necessaria di fronte sia alla beltà filmica sia per le difficoltà in fase di produzione. Soltanto un regista come Zhang Yimou poteva dar vita, nonostante tali ingerenze, ad un film tanto bello quanto scomodo. Senza dubbio, se avesse avuto la possibilità di andare alla Berlinale nel 2019, avrebbe trionfato nel vistoso podio teutonico. Una mancata gratifica per il regista, una gioia per gli occhi per un pubblico alla continua ricerca di “nuove frontiere”.
Alessio Giuffrida