Animali Selvatici è l’ultimo film del regista romeno Cristian Mungiu, presentato lo scorso anno al festival di Cannes. Matthias, burbero e taciturno lavoratore di un mattatoio tedesco, litiga con il datore di lavoro e scappa verso Recia, il villaggio di origine in Transilvania. Qui trova una situazione complicata: la moglie Ana sta crescendo il figlio Rudi in maniera troppo protettiva, mentre la sua amante Csilla ha fatto carriera in un grande panificio locale. Quando quest’ultima, per poter ottenere dei benefici UE, si trova a dover assumere braccianti provenienti dallo Sri Lanka, nel villaggio emergono intolleranze sopite a lungo ma più vive che mai.
Animali Selvatici è un lavoro analitico, a tratti complesso. Infatti Mungiu sottopone a un’indagine approfondita lo stato delle cose in Romania e più in generale nella contemporaneità europea, costituita da tensioni, intolleranza e paura. Segnatamente, la scelta di ambientare la vicenda in Transilvania, non è casuale. Difatti per il regista è importante rappresentare la fragilità quasi in maniera ancestrale. Considerando i precedenti, anche questa volta, il tocco di Mungiu risulta marcato, profondo. In materia di drammi, il regista romeno riesce sempre a deliziare il pubblico con narrazioni sempre particolari.
Una concatenazione di rapporti. Questo è il fulcro del film. Il tutto si traduce in un conflitto tra poveri, generando una dissezione della natura umana e della sua incapacità contemporanea. Mungiu ha la forza di rappresentare questo cumulo di contraddizioni mediante i suoi soliti piani sequenza, con lo scopo di focalizzare i personaggi o con scene corali o soggettive. Animali Selvatici è l’ennesimo grande film di Cristian Mungiu. Ultimo ma non meno importante, la coralità di interpreti capaci di instaurare fra loro, un concentrato di malessere. Tutto sommato il cinema di Mungiu ha questo atto distintivo. Il pubblico potrà rimanere assefuatto sia dalla regia che dalla narrazione. Difficile non poterne apprezzare il valore.
Alessio Giuffrida