Bariste, cameriere, atlete… donne, donne, donne. E se nella pellicola di Dino Risi del 1969 Nino Manfredi a causa del suo pallino per l’erotismo le vedeva tutte nude, Kim Rossi Stuart in Tommaso le immagina mentre gli si concedono come mamma le ha fatte: il bambino ormai cresciuto di Anche Libero Va Bene alle prese con le sue nevrosi.Presentato Fuori Concorso alla 73ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Tommaso – scritto, diretto e interpretato dal bravo attore romano – racconta l’ossessione per il gentil sesso che attanaglia i pensieri di un attore quarantenne.
Dopo una lunga relazione Tommaso riesce a farsi lasciare da Chiara, la sua compagna. Ora ad attenderlo pensa ci sia una sconfinata libertà e innumerevoli avventure. Nulla di più sbagliato, perché il copione della sua vita ha in serbo per lui sempre la medesima parte, quella dell’uomo in perenne conflitto con le sue ataviche paure non ancora risolte…Kim Rossi Stuart per 93 minuti accompagna lo spettatore in un viaggio interiore in cui l’imprinting familiare sembra essere il vero bandolo della matassa. Una matassa difficile da sbrogliare a meno che non ci si metta a nudo, ed è proprio l’introspezione il centro focale del film: quel “guardarsi dentro” che tutto aggiusta. Peccato, però, che assistere alla proiezione di Tommaso sia un po’ come fare un tuffo nel passato della cinematografia morettiana, la gestualità, l’abbigliamento, addirittura l’aspetto fisico del protagonista sono infatti elementi che riportano alla mente dello spettatore il Nanni Moretti prima maniera, dove le sedute dallo psicoterapeuta si trasformavano in tragi-commedia.
Nell’universo di Tommaso – un mondo deviato, grottesco e a tratti onirico – si affacciano personaggi estremamente interessanti, tanto che la variegata cornice che fa da contorno alle sue vicissitudini rappresenta senza ombra di dubbio la parte migliore del film. La più che convincente Camilla Diana, ad esempio, nei panni di una giovane cameriera “coatta” dipinge una fetta di realtà dei nostri giorni dove, se da un lato la leggerezza e la superficialità nei rapporti umani può portare alla presunta felicità, dall’altro conduceall’alienazione dei sentimenti. La chiave che aprirà le porte segrete dell’animo del tormentato attore sarà tuttavia quella della figura materna, qui disegnata come una vecchia bizzarra signora di chiaro stampo felliniano interpretata dall’eccellente Dagmar Lassander. I ruoli affidati a Cristiana Capotondi e Jasmine Trinca, due giovani donne in vena di maternità, non fanno invece altro che sottolineare l’incapacità di Tommaso a costruire relazioni sentimentali durature: la fuga come unica arma di salvezza.
In Tommaso il maggior pregio è però dato dal ben calibrato equilibrio tra ironia e drammaticità. La stessa recitazione di Rossi Stuart, sempre volutamente sopra le righe, e la presenza di alcuni dialoghi esilaranti, rendono infatti la visione più fluida, meno pesante, anche se la sdrammatizzazione non basta purtroppo a nascondere una certa ripetitività di registro che scivola inesorabilmente verso l’anticamera della noia.Socrate nel IV secolo a.c. aveva fatto suo il motto “gnōthi seautón”, ossia: “conosci te stesso”.Possibile che da allora non si sia ancora imparata la lezione?
Silvia Fabbri