Scritto e diretto da Kenneth Lonergan, “Manchester by the sea” è un film che crea una fenomenologia del dolore invadente e permeante, una sensazione sgradevole che ti rimane addosso, come ti fossi spruzzato per errore un vecchio profumo scadente. Tuttavia questo odore insinuante, quasi ungente, è la forza di questo lavoro pulsante, l’aroma amaro della vita con cui tutti prima o poi dovranno fare i conti.
A fare da sfondo a questa vera e propria scomposizione del luctus, inteso nel suo senso più intimo e filologico, c’è la famiglia Chandeler. Dopo la morte del fratello maggiore Joe, Lee deve occuparsi di suo nipote Patrick ma ciò significherebbe riaprire ferite del passato non rimarginabili, eventi troppo traumatici per essere affrontati. La morte di Joe li rende però inevitabili, in tutto il loro strazio.
Un violino che suona una nenia amara accompagna il pubblico lungo una serie di flashback, come un filo etereo che riesce a unire passato e futuro, disperazione e speranza in una simbiosi di suoni e immagini inebriante. Scene di rive innevate si innestano con interni angusti, spazi rivelatori della desolazione che i protagonisti si trovano ad affrontare. A fare da contraltare a quest’atmosfera non mancano attimi di pura ironia, splendidamente misurati nel tessuto del narrato: mai inappropriati, sempre capaci di stemperare la situazione, di unire tra di loro le vicende più drammatiche.
Kenneth Lonergan riesce a fare centro anche nella scelta del cast, in cui spiccano le interpretazioni di Casey Affleck Lucas Hedges, entrambi capaci di dare una tridimensionalità e uno spessore a tutto tondo ai loro personaggi. L’unica pecca di “Manchester by the sea” è rappresentata dal ritmo lento del narrato, dai tempi che sembrano non scivolare via. D’altronde questa scelta di montaggio non è altro che un’altra rappresentazione scenica del dolore, sentimento per eccellenza che richiede periodi lunghi per essere elaborato.
Micol Koch