Rinomato regista teatrale australiano, Benedict Andrews compie i suoi primi passi nel cinema adattando una pièce, dimostrando così una coerenza ed un amore assoluto per il palcoscenico. Nello specifico Andrews ha scelto di trasporre “Blackbird” di David Harrower e il suo soggetto terribilmente scottante.
Una e Ray si sono amati nonostante la loro fosse una storia impossibile e proibita: lei aveva tredici anni mentre lui ne aveva quasi una trentina in più. Dopo un processo per pedofilia Ray ha cambiato identità, diventando Peter. Sono passati quindici anni ma Una è determinata a ritrovarlo per poter fare i conti con il passato o meglio, con il suo passato di bambina pronta a riconquistare l’uomo da cui è convinta di essere stata abbandonata.
Decidendo di trattare un argomento del genere, Andrews cammina deliberatamente su fragilissimi gusci d’uovo. Incredibilmente però riesce a firmare un film dominato da una tensione sorda eppure scricchiolante, che si spiega con il suo rifiuto assoluto di condannare o assolvere il gesto di Ray. Non assume il punto di vista né di un giudice né di un avvocato ma sceglie di entrare prepotentemente nella testa di Una con lo scopo di confrontare un passato che l’ha umiliata, non solo agli occhi degli altri ma anche a quelli di se stessa, con colui che resta, a dispetto di tutto, l’amore della sua vita. È questa presa di posizione a rendere il suo film al tempo stesso accattivante e insostenibile. In qualità di spettatori attendiamo un’esplosione che non arriva, una soluzione che non può esserci data finché la protagonista non si confronta con la nuova moglie di Ray e con sua figlia. Una deve passare attraverso la propria sofferenza per poterla superare, per poter finalmente capire la donna che è proprio per colpa, ma soprattutto per merito, della bambina che è stata.
L’approccio teatrale è evidente nella perfetta gestione degli spazi interni che si incastrano tra di loro come fossero una matrioska magistralmente realizzata. Flashback dolorosi e violenti irrompono continuamente sulla scena, come volessero rappresentare, amplificandoli, il dramma e la rabbia inseparabili da questo amore imperfetto. I colori caldi della luce di Thimios Bakatakis e l’intensità sempre contenuta del duo formato da Rooney Mara e Ben Mendehlson riescono a cancellare le stigmati più flagranti, contribuendo a dar vita a un film inquietante, dove il malessere che suscita costituisce anche la sua forza.
Micol Koch