Dedicato ai 65 milioni di migranti e rifugiati che negli ultimi anni sono alla perpetua ricerca della tanto agognata “terra promessa”, girando per il mondo lontani dalla loro patria. Un fenomeno mondiale di portata gigantesca, che ha sensibilizzato l’intero mondo civilizzato. L’artista e attivista Ai Weiwei mostra un documentario che mantiene accesi i riflettori sulla crisi internazionale dei rifugiati e sulle loro molteplici vicissitudini. Il nuovo lavoro riunisce testimonianze raccolte da 25 troupe cinematografiche nell’arco di un anno, in Afghanistan, Bangladesh, Francia, Grecia, Germania, Ungheria, Iraq, Israele, Italia, Giordania, Kenya, Libano, Macedonia, Malesia, Messico, Pakistan, Palestina, Serbia, Svizzera, Siria, Thailandia e Turchia. Human Flow – in concorso alla 74° edizione del festival del cinema di Venezia – è un pregevole “percorso forse personale, nel tentativo di comprendere – con la giusta empatia – le condizioni in cui è riversata l’umanità ai nostri giorni”.
“Il film è realizzato con profonde convinzioni in merito al valore dei diritti umani. In questo momento di incertezza, abbiamo bisogno di più tolleranza, compassione e fiducia per l’altro senza creare alcun tipo di restrizione o selezione. In caso contrario, l’umanità dovrà affrontare una crisi ancora più grande, quella connessa all’incomunicabilità fra popoli”. Da queste parole si evince la voglia di questa sensibile artista nel voler mostrare al pubblico un qualcosa che va ben oltre il cinema. Human Flow è un prodotto tecnicamente superlativo, magistrale, che riesce a coinvolgere dall’inizio alla fine chi lo sta a guardare. Non avanza alcun tipo di pretesa, ma scorre in maniera del tutto naturale, fotogramma per fotogramma. E’ importante riscoprire ma soprattutto “vivere” condizioni a noi forse lontane, per mezzo della macchina da presa; Ai Wei Wei sceglie una ben ponderata linea stilistica, riuscendo a regalare un lavoro cinematografico tanto atteso da cinefili di un certo spessore.
Alessio Giuffrida