Il goffo Gardner Lodge, un padre di famiglia non propriamente autoritario, vive con la moglie paralizzata, la cognata e il figlio Nicky. La loro mite vita incomincia a cambiare di colpo quando i coniugi Meyers si trasferiscono accanto. Un’escalation di pura violenza e di vicissitudini varie caratterizzerà l’esistenza del particolareggiato nucleo famigliare.
Benvenuti a Suburbicon !!!!! Uno slogan accattivante, forse irriverente, tanto basta per dar l’idea di cosa ha realizzato il regista e attore George Clooney con il suo ultimo film in concorso alla 74° edizione del festival del cinema di Venezia. La forte influenza dei fratelli Coen nella sceneggiatura ha permesso a Clooney di dar vita ad un lavoro magistrale, graffiante; un’atipica black-commedy colma di violenza, di falsità, di bieche bugie capaci di accerchiare l’anima pura di un povero bambino. Avvalendosi di un cast superlativo – Matt Damon e Julianne Moore da ribattezzare come coppia macabra – Clooney fa vivere al pubblico la paura con un anacronismo sopraffino; personaggi inquietanti, a tratti terribilmente amorali “incastonati” in una storia hitchcockiana che fa spavento. Immancabili sono gli equivoci – da quello religioso a quello razziale – che “armonizzano” una storia che vanta una risoluzione vicina allo stilema di John Waters.
Suburbicon è l’opera spregiudicata di un attore che negli ultimi anni ama stare dietro la macchina da presa; Clooney realizza un grottesco “affresco” di un’America finto-perbenista capace di “ringhiare” verso tutto ciö che è anticonformista. Una buona dose di sangue, rendono meglio l’ideologia di Suburbicon. I Coen maestri sacri e Clooney abile nel cogliere – e sviluppare – al meglio il “prezioso regalo”. Il pubblico sarà coercitivamente attratto – paradosso – da un film tremendamente spaventevole, che per tutta la sua durata, graffia quanto basta, per poi concludersi con un epilogo decisamente magistrale.
Alessio Giuffrida