È il film italiano più riuscito e potente di quelli visti a Venezia 74: “Veleno”, opera seconda di Diego Olivares, è un melodramma politico e popolare, figlio del buon cinema civile italiano degli anni ’60 e ’70. Ispirato a una storia vera, “Veleno” racconta le drammatiche vicende di una famiglia che abita le campagne del casertano (la terra dei fuochi): due fratelli che cercano di portare avanti, con grandi sacrifici, l’azienda agricola di famiglia su dei terreni ambiti dalla criminalità, per l’ampliamento di una discarica che nasconde rifiuti illegali. Ezio (Gennaro di Colandrea), il minore, vorrebbe accettare i soldi e vendere la terra; Cosimo (Massimiliano Gallo), il maggiore, rifiuta, nonostante le violente intimidazioni. Quando, però, si rende conto di essere affetto da un male incurabile e che non gli resta più molto da vivere, sarà sua moglie Rosaria (Luisa Ranieri), in dolce attesa, a continuare la lotta.
Un film di denuncia che mette in correlazione l’avvelenamento della terra con quello del corpo e dei legami sociali e famigliari: quel veleno del titolo, che intossica anche chi lo utilizza come strumento di arricchimento e sopraffazione. Un’opera corale, con personaggi descritti con cura e perfettamente credibili nel riflettere la malora sociale e ambientale del loro territorio abusato. Cosimo e Rosaria, soprattutto, soli contro la malavita, la connivenza, la malattia, le lusinghe del denaro facile, sono estremamente convincenti nella loro battaglia, quasi eroica, per la sopravvivenza. A fare da sfondo, una natura ferita, ma reattiva e mutevole, illuminata dalla fotografia livida di Andrea Locatelli. Cast straordinario, che recita in dialetto stretto: in particolare Massimiliano Gallo, che abbiamo apprezzato per le sue doti attoriali e canore anche in “Gatta Cenerentola”, in concorso a Venezia nella sezione Orizzonti, e Luisa Ranieri, nel ruolo più bello della sua carriera. Un film sanguigno, crudo, tristemente attuale. Da vedere.
Alberto Leali
