La Cura – Costante fantasma del nostro presente, il covid si aggira fra di noi nella sua presenza spettrale. La paura dell’ignoto esaltà la caducità umana e il ricordo degli ultimi due anni danno vita a prodotti pericolanti. Il film diretto da Francesco Patierno, parla di Bernard (Francesco Di Leva), un medico che si trova davanti a qualcosa di terrificante: un virus sconosciuto. Bernard ci mostra le difficoltà di una vita donata agli altri, sacrificando la propria esistenza e i propri affetti ad una causa più alta. Intreccia le sue paure con quelle di Antonino (Antonino Iorio), Tarrou (Alessandro Preziosi) e Rambert (Francesco Mandelli), di cui conosciamo sconcerti e tristezze.
La cura – Liberamente ispirato a La Peste di Albert Camus, del lontano 1947, trova molte analogie con il nostro recente passato. La narrazione è però scostante, incoerente, vacilla nella costruzione di una realtà che pone regole seguite da pochi. E non si tratta di un gesto anarchico, di una ribellione contro il sistema, ma di una svista della propria diegesi. La pericolosità del virus, che così tante vittime miete, sembra non aver valore per i protagonisti, non certo parsimoniosi di contatto fisico. Chissà, magari si tratta di una scelta ponderata, ma stona nella serietà dei toni, nel pensiero altruista di una vita dedicata agli altri.
Ma la grande pecca è sempre lei, l’immagine assente. Quella che parla senza emettere suoni ma che mostra ciò che ci serve per comprendere la storia e i suoi personaggi. Le scene sembrano sconnesse, i gesti degli attori fuori luogo. La narrazione ambisce ad un meta-cinema fatto di sguardi in camera e troupe cinematografiche che si mescolano alla storia, la vivono e la infrangono. La Cura è un film confuso, distratto, che riesce ad essere sopra le righe pur rimanendone al di sotto. Affida troppo di sé alla speranza dell’empatia umana e al pathos della tragedia.
Claudia Amelia