Terrorismo islamista, accordi politici e legami famigliari creano il fulcro della narrazione di La ragazza di Oslo, la nuova serie tv di genere drammatico creata da Kyrre Holm Johannessen e Ronit Weiss-Berkowitz. Una produzione realizzata da Netflix che vede Uri Barbash e Stian Kristiansenalla regia. Le tensioni tra Israele e Palestina fanno da sfondo alla prima stagione girata in Norvegia e in Medio Oriente, composta da dieci brevi episodi.
La ragazza di Oslo si apre con il sentimento di due genitori che organizzano una visita a sorpresa alla figlia nel giorno del suo compleanno. La torta c’è ma la festeggiata non è presente. La giovane norvegese di nome Pia (Andrea Berntzen) si trova invece in Israele su una spiaggia si sta divertendo con una coppia di amici. I momenti di svago durano poco, perché i tre giovani vengono rapiti da gruppo di terroristi dell’Isis. In cambio della liberazione pretende il rilascio di Abu Salim dalle prigioni di Oslo e la scarcerazione di 12 prigionieri dell’ISIS detenuti in Israele. Alex, la madre della ragazza tenuta in ostaggio, una diplomatica norvegese (Anneke von der Lippe) teme che sia accaduto qualcosa di brutto a sua figlia. Senza esitare la donna parte per Gerusalemme per riportare Pia a casa. Il suo principale aggancio governativo del posto è rappresentato da Arik (Amos Tamam) primo ministro. Arik, dopo essere venuto a conoscenza di un segreto (ben custodito da Alex) si mostra disponibile ad aiutare la donna, e pianifica una rischiosa operazione per salvare gli ostaggi nel Sinai.
La sceneggiatura è dilatata e la storia complicata con un intreccio a tratti difficile da seguire. Location accattivanti (con le panoramiche sul Sinai e in Israele) manca il thriller la storia delude le aspettative, La serie norvegese strizza l’occhio alle serie americane alla Homeland, per i temi, ma si ferma ai cliché, i singoli episodi non sono particolarmente lunghi, quindi appetibili per il bingewatching. È tutto molto frettoloso sembra un racconto allungato per arrivare alla serialità. La tensione a tratti sale sempre più e il ritmo è più avvincente, con momenti drammatici. Un commovente epilogo apre le porte a una possibile seconda stagione. A compensare i difetti di scrittura è la fotografia, che imprigiona non solo le immagini di Oslo– come fosse un documentario – i paesaggi desertici dell’Egitto, le città e le periferie israeliane e della striscia di Gaza. Pur risentendo di alcune ingenuità o dei vari déjà-vu la serie riesce a raccontare una storia avvincente, belle le location e un buon cast.
Adele de Blasi