Vent’anni or sono David Foster Wallace entrò nel Gotha della narrativa americana con il suo romanzo Infinite Jest, opera di circa 1200 pagine. James Ponsoldt, evitando accuratamente di trasferire il mondo letterario dello scrittore in immagini, realizza un film originale e fortemente toccante.
Nell’inverno del 1996 due uomini giovani e ambiziosi si imbarcano senza conoscersi in un viaggio di cinque giorni. In questo breve lasso di tempo emerge che ognuno di loro sta cercando intensamente e nervosamente di capire che posto occupare nella vita. Il primo era il giovane giornalista del magazine Rolling Stone, David Lipsky (Jesse Eisenberg). Il secondo David Foster Wallace, 34 anni, da poco lanciato come il più brillante degli scrittori, e voce della sua generazione: The End of The Tour è la commovente e bizzarra storia di quell’incontro.
La trama, incentrandosi unicamente sui due protagonisti, potrebbe sembrare tanto soporifera quanto didattica: un lungometraggio cosparso di noia. Ma, grazie a Ponsoldt e alla sua narrazione salda e coinvolgente, l’attenzione degli spettatori, nonostante gli interminabili dialoghi, rimane alta fino alla fine del film.
The End of The Tour è una lunga intervista, mai monotona, tra due scrittori profondamente diversi l’uno dall’altro, e la maestria del regista statunitense nel delineare a perfezione i loro tratti caratteriali è la mossa vincente per riuscire a ottenere un ottimo film. Wallace è raffigurato come un genio creativo , goffo, introverso, impaurito dalla fama e dalla solitudine ma, prima di tutto, fragile come uno specchio di cristallo. Lipsky appare invece come un giornalista geloso, un uomo ordinario alla ricerca di un reportage che potrà tributargli l’agognato successo: un match tra intelligenze con finalità del tutto divergenti.
Durante lo sviluppo della loro strana convivenza, il pubblico non potrà fare a meno di essere stregato dal fascino dialettico del romanziere, dalle sue sagge riflessioni e dal suo comportamento da bambino troppo cresciuto. Ponsoldt mette in scena con delicatezza la quasi dichiarazione di un’autodistruzione, quella di Wallace, e lo fa con sottigliezza, disseminando di parole importanti una sceneggiatura già di per sé splendida. Questo “passo a due” rivela però anche altro, comunica la complessità di vivere al giorno d’oggi e il difficile rapporto con il successo. Sia Jason Segel che Jesse Eisenberg riescono a rendere i loro personaggi molto reali: l’uno riproducendo nei gesti e negli sguardi l’abisso intimo dello scrittore futuro suicida, l’altro rappresentando efficacemente la mediocrità di Limpsky, nonché la sua invidia e velata ammirazione nei confronti della rock star della letteratura americana.
Per apprezzare il bel lavoro di Ponsoldt non importa conoscere gli scritti di Wallace, perché vedere e ascoltare The End of the Tour è un’occasione da non perdere: una chance che spingerà a correre in libreria chi ancora ignora uno tra gli artisti più amati d’America.
Silvia Fabbri
