69 Festival di Berlino : So Long, My Son

Il regista cinese Wang Xiaoshuai mette in scena la tragica vicenda di una famiglia distrutta: Yaojun (Wang Jingchun) e sua moglie Liyun (Yong Mei) perdono il figlio annegato atrocemente mentre giocava con i suoi compagni nei pressi di una diga. Il dolore porta la coppia a lasciare il loro paese per traferirsi in città lontana dove però ulteriori eventi drammatici contrassegneranno il loro destino…

Il film, nella sua lunga durata di quasi tre ore racchiude tre decadi della storia cinese: dal sovvertimento sociale degli anni ottanta, frutto della rivoluzione culturale, allo sfrenato capitalismo contemporaneo. Ed ecco dunque che la realtà storica, accompagnata da una bellissima colonna sonora, è costantemente sullo sfondo della pellicola fino a entrare prepotentemente nelle vicende private e intime dei protagonisti. È proprio questa capacità combinatoria, forse, la più notevole dimostrata dal regista. La storia inizia a emergere nel momento del trasferimento della coppia nella città fatto che rappresenta un indubbio momento di rottura. Ai paesaggi tranquilli e desolati viene sostituita la frenesia delle fabbriche, a una vita solitaria ed esclusivamente famigliare, quella dell’aggregazione sociale. Non si può non osservare però che l’eccessivo accumulo dei drammi che affliggono la vita dei protagonisti risulta essere a tratti un po’ esasperato: la morte del figlio, la delusione dell’esperienza con il figlio adottivo, l’aborto forzato, il tradimento…

Da quello che emerge nel film forse il regista avrebbe dovuto concentrarsi un po’ di più sull’aspetto pubblico e un po’ meno su quello privato.

Maria Francesca Ponzi

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Autore: Adele De Blasi

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