Un papà con la sua bambina passano qualche giorno di vacanza sulle coste d’Egitto, fra giornate in piscina e spettacoli serali, memori di un’infanzia ormai perduta. È proprio all’insegna della semplicità l’opera prima Aftersun, film di Charlotte Wells, presentato da Alice nella Città, durante la diciassettesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Calum (Paul Mescal) è il giovanissimo papà di Sophie (Frankie Corio), una bambina di undici anni, curiosa e affettuosa, che sempre più desidera crescere.
Il tema è importante, meraviglioso, ma il film è inesperto, a volte troppo concentrato sull’immagine e la formazione di un’estetica personale, togliendo spazio alla storia. Un esercizio di stile, come si suol dire in questi casi. Il percorso che compie per raggiungere il cuore degli spettatori è quindi spesso ostacolato. O forse la regista vuole metterci nei panni di Sophie, che vede solo il blu del cielo e del mare. Calum vive un senso di colpa, è diviso fra i suoi desideri e le sue responsabilità. Cerca di rendere memorabili i pochi giorni che ha a disposizione con Sophie, abbandonandosi spesso ad un senso di impotenza. Si sente incapace di poterle dare una famiglia unita. Incapace di darle un papà presente. Ma come spesso accade, l’età dell’infanzia si dimostra cieca alle difficoltà e grata del presente.
Aftersun – E così la figura del papà diventa umana, fragile, incline alle lacrime, sofferente nella sua posizione che ha perso la così tanta celebrata intaccabilità. La mascolinità si sta adagiando sempre di più nella sua nuova rappresentazione, più umana e gentile rispetto a ciò che il cinema ci ha donato in passato. Non siamo più davanti ai duri fatti di sangue e sudore. Quelli che sono sempre stati considerati segni di femminilità, perdono questa connotazione e diventano, finalmente, umani. Aftersun ci lascia rispettosi testimoni di un papà diventato adulto troppo in fretta e di una bambina pronta a lasciare alle spalle la sua innocenza.
Claudia Amelia