Ben-Hur

Se il cinema è un’arte che più delle altre lavora sull’immaginario collettivo della gente non c’è dubbio che il remake in quanto copia conforme di qualcosa che già esiste funziona come una macchina del tempo che senza farsene accorgere cancella l’eta anagrafica dei film riproponendoli come nuovi. Apparentemente semplice, il compito di chi se ne fa carico è tutt’altro che scontato perché il nodo della questione non è solo quello di mettersi in competizione con modelli irraggiungibili ma di convincere il pubblico sulla necessità di farlo. Nel caso di “Ben Hur” questi parametri risultavano ancora più stretti per il fatto che quello di Timur Bekmambetov oltre a venire dopo l’omonimo di William Wyler che nel ’59 aveva conquistato ben 11 statuette costituiva la quarta trasposizione cinematografica del romanzo di Lee Wallace.

Se a priori la sfida per Bekmambetov si profilava come una missione impossibile da vincere al termine della visione la previsione diventa certezza. Tanti i motivi della disfatta: primo tra tutti la decisione di dimezzare la lunghezza del film – ridotto di circa due ore rispetto al lungometraggio di Wyler – mantenendone inalterata la trama. Giova ricordare che “Ben Hur” nel  raccontare l’odissea di Judah Ben Hur, principe giudaico ridotto in schiavitù e come tale deportato nella capitale dell’impero romano  si imbatte più di una volta nella figura di Gesù di Nazareth la cui vicende  finiscono per determinare le scelte del protagonista nel modo che lo spettatore avrà modo di vedere. Quello che a noi interessa in questa sede è però far notare la complessità del materiale letterario per sottolineare quale sia la ragione del mancato funzionamento di “Ben Hur” che nella drastica sintesi rilasciata dal regista perde coerenza drammaturgia quando dopo oltre 2 ore di guerra fratricida in sole 3 minuti riesce a far conciliare Ben Hur e Messala, il fratello adottivo diventato nel frattempo il suo maggiore persecutore. Il resto è occupato da un sottotetto politico che in maniera didascalica  paragona l’Impero Romano agli Stati Uniti di Bush e Obama e dalla performance di un attore – Jack Huston, nipote del grande John – privo del necessario carisma.

La cosa più bella sono i Sassi di Matera che insieme a Cinecittà forniscono le location di un film che non riesce a decollare e di un remake di cui non si sentiva la mancanza.

Carlo Cerofolini

 DATA USCITA : 29 settembre 1016
GENERE: Drammatico
REGIA: Timur Bekmambetov
ATTORI: Jack Huston, Toby Kebbell, Morgan Freeman, Rodrigo Santoro, Nazanin Boniadi.
DISTRIBUZIONE Universal Pictures
PAESE USA
DURATA . 129 min.

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Author: Adele De Blasi

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