Nel quotidiano la salute mentale acquisisce sempre più importanza. Che sia stress, ansia, depressione o ptsd, l’ignoranza attorno a questi temi sembra star diventando un lontano ricordo. Ed è proprio ciò di cui parla Causeway, il nuovo film di Lila Neugebauer, presentato alla diciassettesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Lynsey (Jennifer Lawrence) è tornata dall’Afghanistan a seguito dell’esplosione del suo veicolo, che le ha lasciato una lesione cerebrale e un forte trauma. Torna nella sua New Orleans, il luogo da cui era tanto fuggita, per continuare la sua riabilitazione.
Se c’è un termine che ben descrive questo film è “tranquillità”: la storia è una come tante, già vista e sentita. Sebbene la Neugebauer non aggiunga molto al discorso sull’Afghanistan o al discorso sul trauma, è impossibile non ammirare la semplicità della sua narrazione. La regia si rende invisibile, prestandosi al racconto di una donna sempre in movimento, rigorosa e responsabile che deve però fermarsi davanti ai bisogni del suo corpo. Lynsey vuole sentirsi utile, odia essere un peso per chi la circonda, che sia James (Bryan Tyree Henry) o la madre Gloria (Linda Emond). Vive il peso di un corpo umano, ormai consapevole della sua fragilità, ma ossessionata da un senso di fuga che la vuole lontana dal presente.
Il film si concentra sui rapporti e sulle parole, senza mai superare una linea di confine nettamente tracciata. Un confine che si impone di trasmettere attraverso i personaggi una profonda umanità, nelle sofferenze comuni e nel superamento di esse. Alla fin fine si tratta di un prodotto indipendente, che sì, marcia sulle generalità e sulla componente tragica della vita umana, alla ricerca di un consenso generale. Ciò non toglie che Causeway saprà trovare il suo pubblico, per chi desidera una visione senza impegno ma che racconti un po’ della condizione umana.
Claudia Amelia