Nic è un giovane tormentato che si rifugia nell’abuso di metanfetamina per sottrarsi ad un’esistenza “normale”. Ogni ricaduta nella sua cronica tossicodipendenza amplifica un irrimediabile senso di vuoto esistenziale che il padre David prova in tutti modi a rattoppare fino a rendersi conto di trovarsi in disarmo di fronte ad una malattia che difatti si sceglie.
Il dramma famigliare di Von Groeningen insiste molto sul libero arbitrio da cui scaturisce l’assuefazione agli stupefacenti senza però scavare troppo a fondo con la sceneggiatura sui motivi di un’afflizione trattata prettamente come una patologia, sensibilizzando in maniera fin troppo invasiva lo spettatore. Come accade spesso con pellicole del genere si cerca di provocare reazioni, mostrando reiteratamente l’ago della siringa pungere, lasciando a desiderare sulle ragioni che inducono a premere lo stantuffo, avendo ancora negli occhi dialoghi melensi neanche troppo incisivi. Indubbiamente si tratta di un film destinato a valorizzare le performance degli attori coinvolti, specie quella dell’enfant prodige Timothee Chalamet.
Beatiful boy possiede tutte le caratteristiche utili per emergere in ambito festivaliero, compreso il titolo che ricalca il classico di Lennon ribadendo il fine di sensibilizzare su quella che viene ritenuta a tutti gli effetti una malattia come la tossicodipendenza da cui difficilmente si sceglie di sottrarsi con la stessa facilità con cui si è deciso di rendersene schiavo a suo tempo.
Simone Ferrera