Sono passati 101 anni dall’omonima celebrazione della nascita degli Stati Uniti d’America ad opera di David Wark Griffith ma il trend è sempre quello. A differenza della pellicola del 1915, che celebrava il Ku Klux Klan, il moderno “The Birth of a Nation” si focalizza su una storia diametralmente opposta, raccontando e celebrando un eroe nazionale, Nathaniel Turner, schiavo in una piantagione di cotone della Contea di Southampton in Virginia, che guidò una rivolta di uomini privati della loro libertà durata 48 ore e soffocata nel sangue.
Con il suo debutto alla regia Nate Parker firma un film perfetto per il momento storico in cui ci troviamo. “The Birth of a Nation” infatti non può non confrontarsi con il riaprirsi delle polemiche razziali in America, da alcuni anni poste sotto l’attenzione mediatica globale. In questo senso, oltre ad allinearsi perfettamente con il presente politico e sociale statunitense, il lungometraggio si inserisce in quel filone tipicamente yankee che tende a dar voce agli oppressi per provare, in questo modo, a lenire ferite non ancora cicatrizzate.
Parker colpisce nel segno e propone un prodotto capace di emozionare e di coinvolgere, di spingere con violenza lo spettatore all’interno di un mondo e di una storia che non potevano restare ignote. Per ottenere questo risultato il regista fa però leva su un apparato retorico davvero scontato, che è il vero motore di questo film, una rete dorata che ha il compito di dare spessore alle sofferenze di Nathaniel: è grazie ad essa che il pubblico lo può compatire (cum pathos). Cionondimeno “The Birth of a Nation” resta un prodotto di tutto rispetto in cui le dote recitative di Nate Parker aiutano a fare la differenza. Tra interessanti rimandi biblici, cristologici e cinematografici (Tarantino e Iñarritu in primis) questo film può presentarsi con orgoglio, nella consapevolezza di riuscire a disarmare e a condannare.
Micol Koch