Tre storie familiari che si intrecciano. Sono quelle dei novelli (ma sfortunati) sposi Josephine e Tomas, di Melanie, rimasta incinta di un uomo mal voluto dai genitori, e di Anthony, un uomo stralunato costretto ad occuparsi della madre: una donna terribilmente problematica.
Gilles Bourdos col suo Espèces menacées – presentato nella categoria Orizzonti alla 74° edizione del festival del cinema di Venezia – è un film classico, suddiviso in tre storie di vita contemporanea. L’intento –almeno sembra – del regista è di offrire un prodotto medio, standardizzato il più possibile verso la fetta di pubblico più generale. Un intreccio narrativo sufficientemente ricamato per presentare un film che non ha pretese, e che non vuole più del dovuto, insinuarsi nell’immaginario dello spettatore. Bourdos con Espèces menacées mette in scena un lavoro che sfrutta un tono decisamente drammaturgico, tanto basta per dare quella giusta incisività da dare un senso al film. Le interpretazioni sono avvicinabili a quelle teatrali, e il contesto presentato appare soffocante, decisamente opprimente.
Espèces menacées ha una linea ben chiara; affrontare più tematiche possibili – dal tema dell’incomunicabilità a quello dello scontro generazionale – senza manifestare alcun tipo di eccessività stilistica. A tratti Bourdos compone il suo film con lieve brutalità, ottenendo una risoluzione decisamente convincente. Umori, stati d’animo incontrollabili, sono gli elementi che compongono questo intrigante film, che non arriva a chissà quali apici, ma che però riesce a “produrre” attimi emozionali veramente notevoli. Mostrare il dramma della solitudine vissuto con coralità !!?? Bourdos c’è riuscito.
Alessio Giuffrida