Ricevere una triste notizia, la morte di un proprio caro, e apprendere dopo un certo periodo di tempo, l’errore sostanziale causa omonimia. Un padre disperato e poi ripreso, un figlio defunto ma “resuscitato”. Un climax irrespirabile, quasi asettico, che sembra non “emettere” sentimento.
Foxtrot – in concorso alla 74° edizione del festival del cinema di Venezia – è l’azzardo stilistico compiuto da Samuel Maoz. Un’opera di un auto-compiacenza insostenibile, del tutto evitabile, che esaspera, ma soprattutto indispone, il pubblico spettatore. Un cast che per metà film regge all’ottemperanza registica di Maoz, capace poi disperdere la sua errata verve anarchica per tutta la durata del film. Un brutto esercizio di stile attuato da un conoscitore di cinema che si auto-celebra. Empatia scarna, personaggi approssimati – non regge il parallelo con Roy Andersson – e storia che va oltre la dicotomia.
L’ideologia spuria, del tutto subdola di Maoz è purtroppo percettibile dall’inizio alla fine, e non bastano tecnicismi sopraffini o suggestiva fotografia a rendere un prodotto fine a se stesso un qualcosa di contemplabile. Foxtrot nasce come lavoro atipico, mediamente grottesco, ma con una visione di cinema assolutamente pretenziosa. Non basta saper di cinema o saper girare, l’efficacia si ottiene da una buona ponderazione in ambito narrativo. Maoz con Foxtrot “produce anemia”, e l’inconsistenza sortita dal pubblico è assolutamente riscontrabile. Lavoro dimenticabile che non aggiunge nulla, e che soprattutto, è il nulla …..
Alessio Giuffrida