Partendo dalla guerra come condizione disumana e disumanizzante, si srotolano le narrazioni di due storie molto differenti tra loro: Bakira è una donna bosniaca che ha vissuto le atrocità del conflitto in ex-Jugoslavia e, sopravvivendo ad uno stupro, diventa attivista per condanna dei carnefici; Michele è un ex-soldato che negli anni di leva fu impiegato per le missioni di pace in Somalia, dove il suo ed altri plotoni si resero protagonisti di violenze contro la popolazione civile.
Se dagli occhi di Bakira lo sguardo è netto, intransigente, a sua volta spietato con chi ha calpestato tanto facilmente la sua dignità di essere umano, dal punto di vista di Michele le convinzioni si fanno più fragili. Coinvolto nelle dinamiche cameratesche ed eufemisticamente maschiliste, a distanza di più di vent’anni dal servizio militare, non riesce più a capire quando si è sentito spinto a umiliare “i negri” per compiacere il gruppo, per mostrarsi forte, o per giustizia, e cosa, ancor peggio, spingeva il suo dito sul grilletto del fucile.
La linea sottile è quella separazione che divide il bene dal male: sottile, diremmo sfumata sino all’impercettibile, cerca di definirsi non già tramite il preconcetto di buono/cattivo, ma per differenza, per emersione. Diventa un lavoro descrittivo attraverso interviste (in sociologia si direbbe indagine qualitativa o in profondità, a sottolinearne il carattere altamente approfondente) e documenti d’archivio, provenienti soprattutto da materiale appartenente agli stessi protagonisti. Il risultato è una ricerca profonda sulla determinazione dei valori, e una denuncia di condizioni legate alla guerra usando un approccio interrogativo. Lasciando parlare gli attori coinvolti in prima persona nella “disumanità” si porta il livello d’analisi oltre all’istantaneo giudizio che spinge a condannare o ad assolvere, ed il merito del film sta proprio in questa sua natura di prodotto di ricerca.
Joel Baldo
