Master class di Paolo Virzì

Masterclass di Paolo Virzì: una grande lezione di cinema

Paolo Virzì, classe 1964, livornese, è uno dei registi più apprezzati della scena contemporanea italiana. Notato da subito con il primo lungometraggio datato 1994 La bella vita (con il quale venne premiato come miglior regista esordiente ai Ciak d’oro, ai Nastri d’Argento e ai David di Donatello), la sua esperienza nel cinema continua con Ferie d’agosto (David di Donatello come miglior film dell’anno) e il celeberrimo Ovosodo, Leone d’argento al Festival del cinema di Venezia. Attualmente è a nelle sale con La pazza gioia, la storia di un’avventura clandestina di due donne con disturbi psichici, alla scoperta del loro essere nel mondo ma soprattutto dell’amicizia come fonte di sostegno vicendevole.

Alla Casa del cinema a villa Borghese, VirzI preferisce subito scardinare il presupposto della masterclass, preferendo non dispensare lezioni a nessuno, ma piuttosto chiacchierare e confrontarsi. La proiezione del lungo backstage dell’ultimo film apre la discussione che inevitabilmente verterà nella quasi totalità su di esso: il rapporto tra cinema e malattia mentale, il lavoro con gli attori, le location e la patologia come stato mentale. Rimandandovi però alla recensione che potete trovare su questo sito, e soprattutto consigliandovi la visione del film, preferirei soffermarmi sul clima della masterclass, anche per non ripetere una recensione che non mi compete, e per non svelare le trame de La pazza gioia.

Il contesto della Casa del cinema è di per sé istituzionalmente rilevante, simbolo di un riconoscimento solido del valore del regista, che tuttavia preferisce riflettere insieme alla collettività, abbattere i ruoli di professore e ascoltatori, distendendo i dialoghi con battute informali, e accettando senza notarlo un “tu” in luogo di un “lei”, che il pubblico sente naturale uscire dalla propria bocca in segno di familiarità e vicinanza. Na esce fuori il ritratto di un toscano allo stesso tempo consapevole delle proprie origini ma sparso col pensiero su tutta l’Italia e forse più. Un regista che sente ancora molto forte il rapporto con gli attori, espressioni delle sue sceneggiature, e l’occhio della camera da presa come giusto mezzo (appreso dapprima al Centro Sperimentale di cinematografia Roma, poi con i grandi maestri) tra tecnica e visione, nelle corde della commedia italiana che non si ferma al genere, ma si espande a seconda delle esigenze di scrittura. Un modo di fare cinema umile, molto attaccato alla passione per la letteratura, partendo dai romanzi di formazione di Dickens e ancora una volta espandendosi su tutto ciò che racconti una storia. “Vedo il mio cinema come se fosse un romanzo, al limite, mai come se fosse una poesia. Se sono gli altri a dirmi che il mio cinema è poetico va bene, rispondo negando anche se mi fa piacere, ma non posso dirlo io, mi dà un sapore di supponenza: a me non interessa che il mio cinema sia poesia”. Con questo semplice passaggio, anche poco sviluppato, Virzì ci dice della sua passione, di come raccontare storie sia causa di un’umiltà naturale, semplicemente conseguente e non pretesa. Un cinema quasi di bottega, si potrebbe dire, per come è concepito e progettato, per la cura nelle e tra le sue parti, e l’amore per il prodotto finale. Una bella lezione di Cinema.

Joel Baldo

Vota il film

Autore: Adele De Blasi

Condividi questo post su

Invia un Commento