Points of view : l’intervista Carlo Lavagna – Arianna

 “Arianna” racconta una storia importante e originale. Può dirmi qual’è stata la genesi del film

 

Non sono stato io a scegliere il film ma il film a scegliere me. Questo perchè la storia di “Arianna” nasce da un sogno che feci da bambino in cui mi riconobbi in una donna di età più grande della mia. Il ricordo di quella immagine si ripresentò nel corso degli anni e insieme ad essa i ragionamenti sulla mia identità sessuale e sui perchè dell’esistenza umana. Le risposte che mi sono dato mi hanno convinto della fluidità dell’identità sessuale che alla pari delle parole utilizzate dalla poesia può assumere valenze diverse pur continuando a rimanere se stessa. Il tema dell’ermafroditismo mi dava il modo di esplorare questa sovrabbondanza di senso ed è per questo che l’ho scelto. Tra l’altro questo è un argomento che la società contemporanea non è riuscita ad assorbire come dimostrano le castrazioni messe in pratica attraverso le operazioni sempre più frequenti. Oggi comunque gli adolescenti sono diversi da quelli della mia generazione e nello specifico sono più disponibili ad avere rapporti con persone del proprio sesso; questo mi fa pensare che si stia andando verso un’apertura maggiore rispetto al passato e quindi a una migliore comprensione delle diversità, qualunque esse siano.

 

 

Quindi la gestazione del film è stata lunga.

 

Si in una maniera persino esagerata. La sceneggiatura è stata riscritta più volte: dapprima da me e da Carlo Salsa, poi, quando ci siamo accorti che eravamo arrivati a un punto morto e che il risultato non ci piaceva anche da Chiara Barzini. Nel frattempo avevamo perso il produttore e anche l’attrice protagonista che con il passare del tempo era diventata inadeguata al ruolo. A quel punto una mia collaboratrice mi ha proposto la figlia di un suo amico e cioè Ondina Quadri che però non aveva mai avuto esperienze cinematografiche. Sceglierla come poi ho fatto è stata una scommessa sia per me che per lei.

 

Da quello che ho capito il film che vediamo è diverso da quello che avevi pensato la prima volta.

 

Della prima stesura sullo schermo rimane poco o niente ma quello che non è cambiato è l’essenza del film. Quello che volevo dire è rimasto uguale così come l’energia che volevo trasmettere alla storia.

 

Il corpo inteso in senso fisico è centrale nel tuo film ma la nudità attraverso cui lo vediamo è svincolata dalla mercificazione che di solito ne fa il cinema contemporaneo. Al contempo lo sguardo che si posa su Arianna è rispettoso del pudore con cui il personaggio si mostra ai suoi coetanei. Volevo sapere quali sono stati  i limiti che ti sei imposto come regista nel offrirlo allo spettatore.

 

Il corpo e la sua nudità andavano affrontate perché era li che si rintracciavano i segni che definivano l’identità del personaggio. Il pudore di cui parli esiste e non è altro che il tentativo di riportare per immagini il modo con cui gli ermafroditi che abbiamo intervistato durante la fase di preparazione del film si raccontavano rispetto alle esperienze connesse con la propria peculiarità fisica. Per quanto riguarda Ondina posso dirvi che si è prestata alla telecamera in modo naturale e senza alcuna timidezza. La sua disponibilità è stata importante per riuscire a trovare il personaggio.

 

 

 

A proposito di sguardo in “Arianna” riesci a trovare l’equilibrio tra le necessità di raccontare l’intimità della protagonista e come tu hai appena accennato il bisogno di rispettare il suo senso del pudore.  In termini di sguardo questo voleva dire bilanciare l’utilizzo di primi piani molto ravvicinati alla presenza di un fuori campo che proprio per quel pudore di cui parli si carica di significati decisivi. Mi potresti dire come sei riuscito ad arrivare a questa sintesi.

 

A volte uno si domanda in che modo servirsi delle differenze che ci sono tra uno sguardo oggettivo e quello che invece si immedesima nella realtà della protagonista. Nella scena in cui Ondina guarda il film pornografico per esempio ho scelto di non riferirmi alle immagini ma di farle vedere allo spettatore leggendole attraverso lo sguardo della protagonista. In quel caso il limite visivo  – quindi il fuori campo – diventa per me il modo di rendere materialmente lo stato d’animo della ragazza che dentro di se ha paura del sesso e che, come può constatare lo spettatore, tende a tirarsi indietro quando si tratta di farlo. In questo caso ho pensato di trasformare il limite psicologico della protagonista sottraendo allo spettatore la visione delle immagini del film pornografico.

 

Il fatto di raccontare la storia attraverso i ricordi della protagonista ti permetteva una grande libertà creativa, conseguente alla compresenza di diversi livelli narrativi, ma allo stesso tempo  ti esponeva al rischio  di una minore coerenza interna. Eri cosciente di questo.

 

Penso che la costruzione di un film dipende in massima parte dalle ragioni che ti spingono a farlo. “Arianna” nasceva da un’urgenza personale ma nel contempo affrontava un tema ben preciso e cioè quello dell’ermafroditismo. Ho pensato che raccontare la storia attraverso i ricordi della protagonista mi permetteva di inserire nella storia quello che ritenevo più interessante senza la costrizione di dover seguire una rigida cronologia dei fatti. Tra l’altro considerando che il film è un viaggio di scoperte e di conoscenze  questa forma narrativa mi permetteva una progressione più frastagliata e discontinua che rendeva bene l’alternarsi di certezze e dubbi che scandiscono la presa di coscienza di Arianna.

 

 

 

Il film è costato molto.

 

Complessivamente 380 mila euro quindi possiamo dire che è a tutti gli effetti un low budget. Se tieni conto che di questa cifra circa 180 mila sono stati assorbiti dalle tasse non è difficile immaginare quanto sia stato faticoso riuscire a stare dentro la cifra che avevamo a disposizione. Certo ho dovuto rinunciare al progetto di girare in pellicola e poi organizzare un compartimento tecnico ridotto al minimo; per risparmiare la maggior parte della troupe ha dormito all’interno della villa in cui abbiamo girato il film, il che da un certo punto di vista è stato vantaggioso ma dall’altro non mi ha permesso di staccarmi un attimo dal film con cui ho vissuto 24 su 24.

 

 

 

Il tuo film è molto bello da vedere e quindi ti volevo chiedere se nella composizione delle scene hai utilizzato riferimenti pittorici.

 

Gli unici riferimenti che ho avuto sono stati cinematografici. Certo nel corso degli anni ho sviluppato una passione per la fotografia ma quello per il cinema è stato un’ amore a prima vista tanto che sin da bambino mi dilettavo a realizzare piccoli film. Senza dimenticare che da buon cinefilo ho guardato migliaia di pellicole che alla fine hanno finito anche inconsapevolmente per influenzarmi quando è giunto il momento di realizzare il mio film.

 

Tu sei la dimostrazione che qualcosa nel cinema italiano si sta muovendo. Quello che invece continua a mancare è un apparato capace di promuoverlo. Conosciamo molte persone che volevano vedere il film ma non ci sono riusciti perchè in molte zone d’Italia il film non era stato distribuito.

 

Sono d’accordo e aggiungo che questa è una consapevolezza che appartiene non solo a me. In questo senso c’è una grande volontà da parte di noi autori giovani di formare un pool di persone tra cui sono anche Alice Rorhwacher, Pietro Marcello,  capace di fare pressione sugli esercenti e sui distributori per cercare di sfondare il muro di indifferenza che circonda i prodotti meno commerciali. Vedremo come andrà a finire. Io sono fiducioso.

Adele de Blasi e Carlo Cerofolini

 

Autore: Adele De Blasi

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