Points of View: L’intervista Stanley Tucci a cura di Alessio Giuffrida

Tanto viscerale quanto apatico; un Alberto Giacometti quasi inedito, rappresentato da Stanley Tucci nelle vesti di regista, col suo ultimo film Final Portrait, presentato alla 67a edizione della Berlinale. Un film stilisticamente suadente, capace di catapultare in maniera quasi “stendhaliana”, lo spettatore nella lenta e monotona creatività dell’artista svizzero. A parlacene lo stesso Stanley Tucci in un’intensa intervista:

Quanto si sente coinvolto con questo suo film, ma soprattutto con la controversa figura di Alberto Giacometti?

“Sotto certi aspetti ho mostrato una parte molto intimista della persona, cercando di glissare la sua celebre bravura artistica.  Posso dire che mi sono sentito abbastanza coinvolto, anche perché io sono figlio di artisti. Ho voluto mostrare l’incompiutezza dell’arte ma soprattutto la capacità di plasmare un ritratto avendo come modello, una figura umana. Un lento e progredire mutamento, che sotto certi versi, coinvolge l’artista stesso.”

 

Perché scegliere un attore e non provare ad interpretare personalmente Alberto Giacometti?

“Perché so che non avrei potuto dare quello che è riuscito a dare Geoffrey Rush. Non voglio sminuirmi, ma ho preferito optare per un altro attore, cercando di riprendere da dietro una macchina da presa il tutto. Lo dicevo precedentemente, una sorta di similitudine con Giacometti c’è. Lui faceva ritratti da dietro un quadro su modelli umani, io ho girato un film riprendendo attori.”

Possiamo dire dunque che lei è stato completamente sedotto dalla figura di Giacometti?

“Assolutamente, tra lui e Picasso sceglierei sempre il primo. Ho sempre denotato una sorta di paradosso nella sua creatività; una forte alternanza fra ciò che è primitivo e ciò che è attuale, che mi ha sempre sedotto.”

 

Alessio Giuffrida

Autore: Adele De Blasi

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