Points of view – L’intervista : Luca Marinelli

In che maniera ti avvicini ai tuoi personaggi.
A volte mi chiedo anche io come faccio ad arrivare al personaggio. Per Non essere cattivo avevo a disposizione una sceneggiatura molto dettagliata ed un regista affascinante, per cui non ho fatto fatica ad immedesimarmi. Si trattava di un copione molto coraggioso per il modo con cui affrontava la realtà dei fatti.  All’inizio i miei provini andavano nella direzione del personaggio di Vittorio ma conoscendo anche la figura di Cesare più di una volta ho pensato che mi sarebbe piaciuto interpretarlo. Vedevo i provini degli altri e mi fermavo a pensare come  avrei potuto fare io Cesare. Poi ad un certo punto mi ricordo che Claudio guardò Valerio e gli disse che sarebbe stato meglio invertire i ruoli, di farmi provare Cesare,  e così è andata. Quando invece ho letto lo script di Lo chiamavano Jeeg Robot la prima cosa che mi ha colpito, oltre alla coraggiosa fantasia, è stata quella di capire in che modo si potesse fare un film del genere.

Nella prima parte di carriera hai portato sullo schermo un’immagine di gioventù introversa e posata. È’ stata una scelta.
Assolutamente no. O meglio si, è stata la scelta di chi mi ha incontrato per primo. E’ stata forse vista una mia parte caratteriale che più poteva sposarsi con i personaggi in questione. E’ successo sia ne La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo che più avanti con Virzì in “Tutti i santi giorni”, poi si può dire che con il Cesare di Non essere cattivo e lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot mi è stato permesso di ribaltare leggermente le cose, di  recitare un personaggio che aveva un indole e un comportamento completamente agli antipodi rispetto a quello che avevo affrontato in precedenza.

Del tuo esordio con Saverio Costanzo che ricordo hai.
Lui è stata la mia iniziazione al cinema, venivo dall’Accademia e non avevo idea di cosa fosse lavorare su un set. Il ricordo più bello, oltre all’esperienza del film assieme a lui ed Alba è il primo incontro, il primo provino, dove ho veramente capito di voler fortemente lavorare con lui e che se questo fosse successo sarei finito nelle mani di un grande autore.

Con quel film ti sei ritrovato nel concorso principale del festival di Venezia. Che ricordi hai di quella prima volta al lido.
Di un’immane confusione e di un gran mal di testa. Eravamo sballottati da un’intervista all’altra e non solo, perché la cosa peggiore era  rispondere sempre alle stesse domande, e mi preoccupavo tremendamente di non rendere ancora più noiosa la situazione per l’ operatore di macchina che invece non cambiava mai e credo non ce la facesse più a sentire sempre le stesse frasi. Fortunatamente con me c’era Alba che mi ha salvato in piu di un’ intevista.  L’esperienza mi è servita perchè le volte successive sapevo leggermente di più a cosa andavo incontro e come gestire le situazioni e tenere a bada lo stress. O forse ancora no, è una strada lunga.

Ho notato che quando parli del tuo mestiere lo fai utilizzando il verbo giocare. E’ una coincidenza oppure la scelta ha un preciso significato.
Forse non è un caso che in inglese il termine recitare si dica proprio in questo modo perché secondo me to play  o il jouez francese, rende come meglio non si potrebbe la sensazione di libertà e divertimento che è insita nel mestiere che faccio. Per quanto mi riguarda il momento del ciak è quello  in cui l’attore deve smettere di pensare, abbandonare le preoccupazioni, per riuscire a tirare fuori l’energia del suo personaggio. Deve giocare con la stessa serietà ed impegno con cui lo fa un bambino. Mi ricordo di un consiglio di Carlo Cecchi sul fatto che nella recitazione conta l’ascolto ed il qui ed ora. Essere presenti attivamente a se stessi e agli altri in quell’ esatto momento.

Hai un metodo per raggiungere questa condizione.
Se uno mi chiedesse qualcosa sulla tecnica non saprei cosa rispondergli, apparte ascoltare. Sul set del film di Andrea Molaioli in cui sono il padre del giovane protagonista, l’attore che lo interpreta Ludovico, che  e’ veramente bravo, pieno di talento e molto sveglio, una volta mi ha chiesto quale fosse la tecnica per rendere al meglio il personaggio, e l’unica cosa che mi sono sentito in grado di consigliargli è stata  quella di cercare di essere presente in quel momento e poi di lasciarsi andare, ascoltare e non pensare al resto.

Però immagino che ci siano anche degli aspetti pratici nella preparazione che precede l’inizio delle riprese.
Per quanto mi riguarda provo a prepararmi più che posso prima di arrivare sul set perché all’inizio delle riprese sarebbe buono farsi trovare pronti.  Però non tutto avviene automaticamente, nel senso che il personaggio non sempre lo trovi nell’immediato.
Ho sempre avuto la fortuna però di poter avere dei periodi più o meno lunghi di prove prima di cominciare un film. Ricordo questo con Saverio ed Alba, dove passammo settimane tra di noi ed anche con i ragazzi che avrebbero fatto noi da piccoli a provare le varie scene a cercare di creare un unione e sintonia tra i personaggi. Lo stesso avvenne con Paolo Virzì dove piu di una volta ci ritrovammo io, lui e Thony ad affrontare il copione per mettere in chiaro tutti i passaggi e i momenti delle scene.

E con Claudio Caligari come si sono svolte le cose.

La stessa cosa è successa anche con Claudio nonostante la malattia gli rendesse tutto più complicato. Lui ci ha chiesto di cambiare il nostro fisico, di partecipare ai provini degli altri attori. Questo ha permesso a tutti noi, al cast, di integrarsi e di sviluppare un’unità d’intenti e una familiarità davvero rare. Così davanti alla macchina da presa mi sembrava che la banda a cui Cesare e Vittorio appartenevano fosse davvero una parte della mia vita, che non fosse difficile passare da Luca a Cesare, perchè l’avevo trovato. E sempre per immedesimarmi nell’ambiente della storia ho preferito una casa ad Ostia e Alessandro spesso mi raggiungeva da Roma per passare tempo tra noi due.
Claudio, oltre a fare degli incontri di lettura assieme, ci ha fatto anche vedere  film che erano per lui fonte d’ispirazione per questo film come Accattone di Pier Paolo Pasolini,  Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti e Mean Sreet di Martin Scorsese.

Volevo invece chiederti cosa succede tra una ripresa e l’altra, per esempio quando torni a casa dopo una giornata di lavoro. Rimani dentro il personaggio come capita a Daniel Day Lewis, oppure lo metti da parte e pensi ad altro come faceva Marcello Mastroianni.

Cerco di staccare dal set. Provo. Torno a casa e cerco di fare altro, ma l’ultimo pensiero prima di addormentarmi va sempre al piano di lavorazione del giorno dopo e mi lascio qualche minuto per la memoria e la concentrazione utile al domani e poi chiudo gli occhi.

L’avevamo chiesto a Roberta Mattei e lo chiediamo anche a te. Nel corso della lavorazione eravate consapevoli dell’eccezionalità di quello che stavate facendo.

Si. Mi spiego meglio: vedevo con i miei occhi che quello che stava accadendo era eccezionale, un uomo che stava morendo voleva dare la sua ultima opera al pubblico, al suo pubblico, alle sue persone, alle persone. Questo per me non ha pari. Non pensare a se stessi in una situazione del genere ma agli altri.

Poi è stata la volta di Lo chiamavano Jeeg Robot.

Jeeg Robot l’ho girato nel marzo 2014, e quindi prima di Non essere cattivo. Il fatto che il film di Mainetti esca solo adesso è dovuto al lungo periodo di post produzione necessario ad assemblare il girato con gli effetti speciali presenti nel film.

Anche qui si è trattato di un’ interpretazione totale e di un personaggio che rovescia a 360 l’immagine trasparente  e incontaminata della prima parte della tua carriera.
Per fare Jeeg Robot ci siamo dovuti convicere reciprocamente io e  Gabriele Mainetti sulla mia riuscita nel personaggio. Io lo spingevo verso una teatralità e Gabriele verso una reale follia, un dolore puro. Alla fine credo che abbiamo trovato la giusta cifra.

La costruzione dello Zingaro era già molto chiara nella scrittura e spettava a noi però trovare il suo vero aspetto.
A guidarlo è questo ego folle e smisurato, e l’ossessione di dover lasciare un segno.L’eccentricità dello Zingaro traspare in parte dal suo look, a metà strada tra una star del rock e un  bullo di periferia.
Per i costumi e il trucco ci siamo ispirati alle grandi icone del rock.
Abbiamo osato in alcune scelte, come il cappotto nero con fodera leopardata rosa che ne caratterizzano il guardaroba. Per gli aspetti legati al suo modo di esibirsi  il modello è stato Anna Oxa e in particolare il video che la riprende a San Remo quando canta Un’emozione da poco.

In parte hai già risposto però volevo sapere in che maniera scegli di accettare le proposte che ti vengono fatte e se hai qualche preclusione nei confronti della televisione è più in generale  nei confronti del cinema commerciale.
scelgo le proposte in base ad un colpo di fulmine che deve accadere con il film, con la sua sceneggiatura. Poi capire chi sarà a guidare il film, incontrare il regista. Non ho alcun tipo di preclusione, diciamo che se una cosa non mi piace, non la faccio se mi piace si ed è indifferente se sia cinema o televisione.

Come spettatore qual è il cinema che ami.
Mi piacciono i film che hanno da dire qualcosa e che scelgo  anche in base a chi lo ha diretto e interpretato. Di solito quando mi chiedono di fare qualche titolo ho il vuoto. Pensa che la stessa cosa mi è successa anche durante il provino per entrare al centro sperimentale quando Lina Wertmuller  mi chiese il titolo di un film che avevo visto ultimamente. Io fui colpito da un vuoto cosmico e invece di nominarle un film autorevole e importante la lasciai di stucco citando Batman, credo il primo di Nolan, comunque un bel film, ma avevo pur sempre la Wertmuller davanti…
Ma per tornare a ciò che mi avete chiesto ti dico che in generale guardo sempre volentieri i film che arrivano dal Sundance di cui mi ricordo per esempio Like Crazy che ho trovato di una bellezza disarmante, i film di P.T, Anderson, Wes anderson, i Cohen, sono tanti, e tra gli italiani  quelli interpretati da Alba Rohrwacher, Valerio Mastandrea, Elio Germano, Kim Rossi Stuart e diretti da Alice Rohrwacher, Costanzo, Virzì, Sorrentino, Garrone, Salvatores.
Senza dimenticare quelli del grande Joaquin Phoenix. Ma in realta guardo tutto, diciamo che di questi provo a non perdere nulla.

Nonostante gli attestati di stima che hai ricevuto per le tue interpretazioni l’ìmpressione è quella di un understatement che sembra quasi non rendersi conto di quello che fin qui hai realizzato come attore.

Ogni volta che vedo un mio film penso sempre che ci sia qualche cosa che avrei potuto fare meglio. Ma di base sono contento di quello che fino ad ora ho fatto.
Detto questo penso che i film da soli dovrebbero bastare a spiegare tutto e che le interviste non aggiungano nulla di nuovo rispetto a quello che c’era da dire prima di farle. Però quando sono in ballo, quando bisogna promuovere, mi impegno a farlo nel migliore dei modi. Penso fortemente che nella vita e nel lavoro sia importante dimostrare di saper fare e non di mostrare a tutti i costi di fare.

Adele de Blasi e Carlo Cerofolini

Autore: Adele De Blasi

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