Redazionale : A tu per tu con David Fincher di Laura Sciarretta

La formazione artistica di David Fincher ha inizio nella Industrial Light & Magic di George Lucas, dove ha l’occasione di lavorare nel settore degli effetti speciali, ma è nel campo degli spot pubblicitari e del videoclip musicale che ha modo di formare un approccio stilistico riconoscibile. L’esordio alla regia avviene nel segno della saga Alien, dopo i capitoli diretti da Ridley Scott e James Cameron. La lavorazione di Alien³(1992) si rivela particolarmente travagliata, tanto che Fincher ricorderà l’esperienza come un vero incubo, eppure riesce a realizzare un terzo capitolo degno di rispetto, coraggioso, dalle atmosfere claustrofobiche e capace di offrire una lettura alquanto cupa della natura umana, ben più mostruosa dell’alieno da combattere. Segnali di una poetica tutt’altro che conciliatoria che lo spinge a indagare l’alienazione dell’uomo moderno e le deviazioni della società in cui si muove. Basti pensare a Seven (1995) thriller spiazzante capace di avvolgere lo spettatore all’interno di una visione nichilista del mondo con un finale amarissimo che sancisce la resa del bene di fronte al male; o a The Game (1997) l’opera che metaforizza il cinema e la finzione che lo alimenta (non a caso il Grande gioco in cui si ritrova coinvolto il protagonista altro non è che uno spettacolo pieno di tranelli e colpi di scena); e Fight Club (1999), tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, critica feroce alla società consumistica degli anni ’90.

La filmografia successiva è caratterizzata da narrazioni in cui domina un costante senso di ambiguità per mettere in guardia lo spettatore su ciò che sta guardando e farlo riflettere sul mondo in cui si muove. Film in cui il confine tra chi è il buono e chi il cattivo è spesso labile (Panic Room); in cui l’ossessione e il marcio finiscono per influenzare la sfera privata di chi investiga sul male (pensiamo al finale di Seven e alla storia dei tre protagonisti in Zodiac); in cui la realtà finisce per cadere sotto il peso della bugia e della manipolazione da parte dei media (Gone Girl). Dando uno sguardo alla sua carriera, è evidente quanto il thriller investigativo, legato alla caccia al serial killer, è il genere che Fincher predilige e che gli consente di ampliare un discorso complesso sulla psiche umana e sulle derive malate e paranoiche della nostra società: basti pensare e Seven (detective story in cui l’omicidio assume una macabra valenza morale), Zodiac (che ricostruisce la ricerca al killer seriale che terrorizzò San Francisco negli anni ’60, denominato dai media il Killer dello Zodiaco); Millenium-Uomini che odiano le donne (tratto dal primo romanzo della trilogia di Stieg Larsson dedicata alle avventure di Lisbeth Salander); e la serie televisiva con Mindhunter (di cui Fincher è il produttore esecutivo). Persino il suo film più accogliente e romantico, Il curioso caso di Benjamin Button (2009), storia di un uomo nato vecchio che ringiovanisce col passare del tempo, è in realtà una riflessione amara e disincantata sul tempo e sull’importanza di vivere il presente.

Ma Fincher è soprattutto il regista che meglio ha saputo cogliere e raccontare i cambiamenti e le criticità dell’epoca contemporanea. Se Fight Club si rivolgeva agli anni ’90, The Social Network è uno spaccato lungimirante del presente nell’epoca dei social, un mondo in cui le relazioni passano attraverso la dimensione digitale, dove la realtà è solo un dato relativo, in cui ognuno ha la propria versione da raccontare. Siamo nell’epoca della post verità, quella in cui nulla è come sembra, dove la bugia ha ucciso la verità, dove l’opinione ha più peso dei fatti. Non sorprende dunque che il suo ultimo lavoro (Mank) vada a raccontare e analizzare la società dello spettacolo e i suoi lati oscuri, il ruolo dei media e lo statuto dell’arte. Proprio Mank potrebbe essere il film della consacrazione agli Oscar per David Fincher ma se così non fosse, resta innegabile il talento cristallino e l’intelligenza lungimirante di un regista capace di svelare le complessità e i meccanismi ambigui della società dello spettacolo di cui tutti facciamo (in)consapevolmente parte.

Laura Sciarretta

Author: Adele De Blasi

Share This Post On

Submit a Comment