The homesman


Se il Western è un genere passato allo storia allora esiste un’unica soluzione per continuare ad occuparsene, e cioè realizzarlo come se fosse un’altra cosa. Una strada che certamente ha percorso Tommy Lee Jones, giunto alla sua seconda regia con un film, “The Homesman”,
che alla pari del precendente ha avuto l’onore di partecipare, in concorso, all’ultima edizione del festival di  Cannes, dove fino all’ultimo è stato pronosticato come possibile vincitore. Sappiamo tutti com’è andata a finire, con il film uscito a mani vuote nonostante le belle interpretazioni dello stesso Jones e di Hilary Swank, ancora una volta al fianco di un mostro sacro del cinema americano.

Dettagli di contorno che nulla tolgono o aggiungono a “The Homesman”, storia di confine incentrata sul viaggio di una strana coppia – la zitella Mary Bee Cuddye George Beegs, l’uomo che lei ha salvato da morte sicura – incaricata di trasportare tre donne malate di mente da chi se ne prenderà cura, attraversando lo spazio sconfinato e selvaggio dell’America del xix secolo. Un impresa non da poco, considerato che durante il  cammino saranno costretti ad affrontare situazioni paradigmatiche tipiche del genere, con indiani, fuorilegge e tutori della legge pronti ad imporsi nella storia del film più per il carisma iconografico ereditato dalla tradizione letteraria e cinematografica che per doti contingenti, letteralmente consumate dall’entropia di un mondo alla deriva. Figure del paesaggio che, nella mancanza di peso specifico, e nella tangibile violazione delle regole – con l’elemento maschile in completo disarmo toccherà a Mary Bee caricarsi di ogni responsabilità – appaiono la certificazione del malessere di un genere filmico che vive nel costante prolungamento della sua agonia. La regia di Jones leggittima queste considerazioni, trasformando la frontiera americana in uno spazio claustofobico che separa chi vi sta dentro dal resto del mondo. Come dimostra l’escalation di morti e di disgrazie che si moltiplicano quanto più la carovana si avvicina alla cosiddetta civiltà. Quasi a dire che il western, con i tipi umani e le tradizioni che lo contraddistinguono, è un luogo geografico e mentale “irriproducibile”. Destinato a scomparire senza lasciare alcuna eredità.

 

Ancora una volta on the road, (anche “Tre sepolture” era costruito su un viaggio “riparatore”) il regista Tommy Lee Jones  affronta il suo film nell’unico modo possibile, e cioè decostruendolo ai limiti del farsesco. Scelta che l’attore iscrive nel suo viso, deformato in una maschera da fool, e nella voce modulata su toni striduli e grotteschi. Ma che ricorre anche nella sceltà di un incipit – la follia delle donne trasportate- di cui nessuno – come piu volte viene affermato – vuole parlare. Un tabù che, nella sua indicibilità sembra contagiare l’anima del film, la cui urgenza rimane indefinita, simile allo sguardo delle donne che Mary e George si portano dietro. 

Carlo Cerofolini

Author: Adele De Blasi

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