Ancora una volta il maestro bergamasco Ermanno Olmi riconferma il suo tocco poetico nel raccontare la storia di un gruppo di soldati durante il Primo Conflitto Mondiale. Il racconto del film ricopre l’arco temporale di una nottata, siamo al fronte nord est sugli altopiani, ci sono degli uomini dei soldati uniti dall’ amor patrio che li ha portati alla trincea. Il film esce nel centenario di questi accadimenti e sarà visto il 4 novembre in tutte le ambasciate del mondo. Quello che Ermanno Olmi porta in scena è la percezione di una realtà, è il tradimento verso coloro che hanno combattuto senza sapere per che cosa morivano. La riflessione fatta porta a un chiedere scusa sottovoce.
La pellicola si snoda in tre capitoli: la relazione tra gli uomini coinvolti, l’apprendimento e l’allucinazione quello stato permanente della mente umana. Tutto il racconto è evocativo, i fatti sono realmente accaduti ma non sono realistici. Si parla di grandi accadimenti tragici, di amor patrio, il potere è sempre fatto per pochi così pure la ricchezza, in queste dinamiche soccombono i più deboli, questi uomini credono negli ideali ma presto si rendono conto che è una grande truffa Ma chi sono i nemici da combattere? Non sono quelli dell’altra trincea ma quelli che ti hanno mandato a combattere e a uccidere mentre intorno la natura celebra la vita e a guerra finita sparirà la neve e torneranno i pascoli. Una coltre di neve candida, imponente avvolge la vallata che sembra seppellire la guerra che emerge prepotente al primo colpo di cannone.
Gli attori di Olmi – tutti bravissimi, da Claudio Santamaria ad Alessandro Sperduti, da Francesco Formichettia Camillo Grassi, da Andrea Di Mariaa Niccolò Senni – danno la poesia e il regista dà una grande tecnica, essi sono anime che entrano in sintonia con un grande direttore di orchestra, Olmi. L’attenzione del regista è spostata sul dolore della guerra, sulle persone che sono morte, il tutto girato su un sottile filo di lana molto fragile dove si toccano corde molto intime, si ha la consapevolezza della morte e l’importanza di una sguardo che può essere l’ultimo. Le immagini rese ancor più drammatiche per la quantità di neve, portano lo spettatore a percorrere la strada della magia e dell’illuminazione, una fotografia fatta di chiari di luna con piccoli tocchi di colore che scaldano un rigoroso bianco e nero. La guerra non è lo spettacolo, ma l’umanità della guerra la rende spettacolare, i nemici sono quelli che mandano a combattere, un film utile per attualizzare qualcosa che succede e considerare il valore umano, c’è un invito a una presa di coscienza per capire il tradimento che porta la guerra. “Torneranno i prati” ci conduce per mano verso nuovi territori narrativi discostandosi in modo netto dal territorio televisivo, per portare il cinema verso una crescita narrativa.
Adele de Blasi
