A tu per tu con Jacques Audiard – dreamingcinema.it

L’anima è il corpo nel cinema lirico e brutale di Jacques Audiard, regista che ha saputo sublimare i generi con uno spiccato talento autoriale. L’oppressione del singolo, avvertita prima nel fisico e poi nella mente, è al centro delle sue storie; non c’è nulla di etico o di moralistico nel suo cinema, visceralmente ancorato alla realtà. I suoi “eroi discreti” sono protagonisti di sorprendenti incontri e rivoluzionari percorsi di crescita esistenziale. Personaggi insoliti in conflitto col mondo, purtroppo spesso vittime di handicap o straniamenti psichici o sensoriali, senza avere una vera e propria meta, prima che incontrino quella tanto agognata possibilità di redimersi, di rimettersi in piedi riconciliandosi con la vita stessa.

Jacques Audiard ha scoperto la sua passione per la settima arte cominciando a lavorare come assistente di Roman Polanski; da lì il percorso alla vera consacrazione, incominciando a raccontare di quei personaggi che ama, per i quali ne esaspera la fisicità in modo intensivo. Il suo esordio nel lontano 1994 con Regarde les hommes tomber proseguendo poi con lavori filmici degni di nota come Sulle mie labbra, Tutti i battiti del mio cuore, Il profeta, Un sapore di ruggine e ossa, Dheepan e per ultimo I fratelli Sisters, presentati in concorso all’ultima edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia. Dreamingcinema ha avuto il piacere di scambiare qualche parola col celebre regista francese, ottenendo intriganti considerazioni

Otto  grandi lungometraggi  per un autore che gioca con i generi, quale è il tuo rapporto con i generi?

Non ho spiegazioni su questo, è una cosa del tutto inconsapevole ne sono cosciente, è una cosa che arriva e basta, non ho la risposta, amo i generi e tutte le storie che mi arrivano hanno una forma di genere.

Lavori molto con il corpo, come dirigi gli attori, ti va di raccontarmi i tuoi segreti?

Non può essere che così, il corpo è il fulcro della storia e spesso martirizzo gli attori per avere il massimo, gli levo le braccia, le gambe (Un sapore di ruggine e ossa), voglio dimostrare che loro esistono. Quando lavoro con gli attori per me sono solo dei corpi. Da un regista francese ci si aspetta molto; qualcosa di preciso. Mi piacciono i ruoli che si incarnano, il cinema non può essere contemplativo, spesso non tratto bene questi corpi ma la loro fisicità è erotismo puro.

Durante la lavorazione dei Fratelli Sisters ti va di raccontarmi qualcosa di Joaquin Phoenix: io so che te ne sei andato anche dal set. E’ vero?

Joaquin è un attore molto difficile, lavora da quando aveva 13 anni e sa molto di cinema. Io chiedo molto all’attore;  con lui non è andato tutto liscio… ci sono stati forti attriti. Ma anche io a volte sono insopportabile e un giorno, stufo, ho lasciato in modo plateale il set per l’ennesimo sbalzo di umore di Joaquin. E -dice sorridendo- questo un regista lo può fare, anche questo è cinema, faceva parte della scenografia. Lo irritava che io facessi rifare molte volte la scena e per un attore è faticoso. Joaquin Phoenix non vuole fare l’attore professionista: non gli interessa, è intelligente, rapido, ma non vuole ripetere la scena; è curioso,  spesso però ti guarda e dice cose, ha intuizioni prodigiose, e non si capisce mai che farà. Insomma fa di testa sua, e vuole fare sempre cose nuove. E’ come un ragazzino, se tu vuoi che vada a destra devi dirgli vai a sinistra. Dopo che ha girato la scena lui ti guarda e ti dice che pensa e che cosa farebbe. Con lui è stata un esperienza unica. Avevo avuto la stessa esperienza con Matthieu  Kassovitz, un altro attore che fa cose incredibili lontane da quello che chiedo. Quando ho incontrato Joaquin gli ho chiesto: “come vuoi che comunichiamo?”- io parlo male l’inglese- lui mi ha guardato e mi ha detto: “per telepatia”. Lui gioca sempre… è un ragazzino senza controllo.

E come è andata con John C. Reilly?

Molto bene, è stato molto piacevole, lui voleva lavorare con me e io con lui, pensa che era venuto a conoscermi a Los Angeles: una collaborazione ottima, lui era sempre pronto a girare. Ci siamo scritti molte mail; lui ha fatto un lavoro certosino, studiando persino il linguaggio dei cowboy con un linguista.

Come lavori con il vero e il falso cinematografico?

I film sono degli artefatti e io cerco di ricostruire il vero attraverso il falso. Io guardo il vero ma non lo uso. Lo ricostruisco attraverso la scenografia, Quando ho iniziato a pensare a Un prophète ho visitato almeno 4 carceri, e ne ho analizzato i dettagli. Poi ho ricostruito attraverso la scenografia il carcere, mettendo gli elementi che mi avevano colpito. Uso il trucco scenografico per ricostruire qualcosa che non esiste. Un autore costruisce la sua realtà. Quando devo costruire un quadro io parto sempre da me, la trama è al servizio dei personaggi, tutto comincia dalla sceneggiatura che scrivo, poi escono le immagini. Sul set non mi batto con la sceneggiatura di cui so tutto, ma ho un piano B. Porto con me sempre il mio quaderno segreto dove ci sono scene non  inserite nella sceneggiatura e, quando c’è un problema, con il mio quaderno, so sempre come fare avanzare la storia rimanendo al servizio dei personaggi. Nel film Un prophète l’attore era un esordiente. In realtà aveva già fatto un film, ma lavorare con Tahar Rahim è stato molto duro. La prima settimana lui era a disagio; non capiva che volevo da lui-sembrava un burattino di legno- così ho deciso di mettere tutti sul set della prigione, i secondini che giocavano a palla, i carcerati che fumavano e gli attori e tutto magicamente ha cominciato a funzionare. Tahar si è lasciato andare quando ha capito che il protagonista era la prigione e non lui, a questo punto si è sbloccato.

Nei suoi film c’è molta violenza vuole dirmi qualcosa?

La violenza può essere eseguita o subita. Che rapporto ho con la violenza? Io la detesto. Nel cinema ci sono due grandi temi falsi: l’amore e la violenza. Non si fa sesso nelle scene d’amore, nè si accoltella una persona. Nel cinema parto da una base naturalista, e nei miei film c’è violenza, quando giro queste scene io mi rivolgo allo spettatore per capire se mi segue nella violenza. Quando ho presentato il film a Venezia una donna mi ha detto l’uguaglianza si conta ma la giustizia si compra. Quello che mi ha infastidito di Venezia è stato che i giurati fossero quasi tutti uomini, con poche donne. Ci dovrebbe essere una proporzione paritaria.

Mi esprima un suo pensiero su Netflix

Netflix è il cambiamento, abbiamo visto come Roma di Cuaron sia stato montato grazie a Netflix… Non ho una posizione in merito.  Siamo in un momento storico di cambiamento, e se Cuaron non ha trovato i soldi per montare il suo film in America perchè non affidarsi a Netflix? Noi consumiamo le immagini attraverso smartphone, tablet; tra un pò ci chiederemo: è corretto vedere i film in questo modo? Quindi il problema non è Netflix. Sarà solo il futuro a dirci che succederà.

Jacques Audiard ci lascia con un sorriso. Da un uomo un pò burbero e scontroso non ce lo saremmo mai aspettato. Una grande promenade di cinema… merci monsieur Audiard.

Adele De Blasi Alessio Giuffrida

Rate this post

Author: Adele De Blasi

Share This Post On

Submit a Comment