Giulio è nato maschio, ma si sente femmina, sin dalle scuole materne, dove preferisce essere chiamato Giulia. Ciò gli procura non pochi guai a livello sociale, scolastico e familiare, facendo maturare dentro sé la problematica di un corpo in cui non si riconosce. Crescerà e affronterà il proprio disagio attraverso la conoscenza di varie persone e nuove esperienze.
Calvagna arriva dalla soap opera (“Vivere”, “Viaggio a Livorno”) e l’operazione che fa non è altro che portare sul grande schermo la telenovela: la recitazione melodrammatica; una regia ferma sui mezzi busti di attori che, non sapendo tenere il primo piano, creano quel senso di finto tipico dello sceneggiato televisivo; dialoghi didascalici, senza soluzione di continuità con il naturale svolgimento dell’azione ingessano l’intero film, banalizzandone le tematiche. Il tema della transessualità non sembra bastare a Calvagna, che inserisce all’interno anche la violenza sessuale, la pedofilia clericale, l’Italia delle raccomandazioni e le malattie terminali. Tutto concepito come un calderone in cui, dall’inserimento di quanti più ingredienti tragici, dovrebbe (secondo l’intenzione dell’autore) innescare l’empatia dello spettatore. Di fatti però svilisce così ogni tema, prendendosene in parte gioco, e risulta essere estraneo a qualsiasi tentativo di creare Cinema.
Alla fotografia Simone Zampagni (“Cesare deve morire”, “Meraviglioso Boccaccio”) regala inutilmente le sue notevoli doti, migrando su toni contrastati le scene attentamente illuminate, spesso in maniera quasi caravaggesca. Una voce fuori coro che spicca per capacità ed eccezionalità.
Joel Baldo
